Astrologia Scientifica

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2006
3
Dic

È l’ora dei sogni impossibili

di pasqualefoglia



(La principale legge del cosmo)

Il cervello impara attraverso associazioni e ripetizioni. Le ripetizioni servono a favorire le associazioni o concatenazioni degli eventi, ossia a costruire le sinapsi tra neuroni contigui. Quando non sono più necessarie le associazioni terminano anche le ripetizioni. A questo punto abbiamo acquisito una nuova abitudine, ossia si è formata nel cervello una nuova via neurale che collega la corteccia cerebrale al cervelletto(1)  che è la sede dell’inconscio. Tutto ciò che parte dall’inconscio è istintuale, quindi automatico e velocissimo. Ma per imparare siamo stati costretti a procedere lentamente e c’è voluto un po’ di tempo. Per imparare a guidare l’automobile abbiamo avuto bisogno di alcune lezioni, ma ora guidiamo automaticamente senza pensare quando dobbiamo mettere il piede sulla frizione, sull’acceleratore o sul freno.

 In un articolo precedente - Sono gli elettroni a farci innamorare - ho scritto che la realizzazione di un desiderio è una forma di apprendimento, quindi non è altro che la formazione di un’abitudine. Per esempio la conquista di una donna, dal punto di vista neurale, rappresenta per l’uomo un processo di apprendimento. Si tratta di apprendere come superare le resistenze della donna che ovviamente vuole sapere con chi ha a che fare prima di prendere una decisione. Più la conquista è difficile, più lungo è il processo di apprendimento/convincimento e tanto più lunga sarà la catena o via neurale e il numero di neuroni associati che la compongono.   

 Ma come mai, nonostante desideriamo certe cose da tanto tempo, non sempre riusciamo a ottenerle? Per esempio, tutti desideriamo diventare ricchi, ma soltanto in pochi vi riescono. Com’è possibile che non si forma una via neurale “efficace” della ricchezza dentro l’inconscio, nonostante lo desideriamo ardentemente da tantissimi anni? Perché le cose vanno troppo per le lunghe? È evidente che non diventiamo ricchi perché non abbiamo ancora imparato abbastanza sulla ricchezza, ossia la via neurale è ancora incompleta. Alcuni desideri infatti sono di difficilissima realizzazione o sembrano addirittura impossibili.  

La corteccia cerebrale serve a farci ragionare, a farci apprendere, a farci acquisire un’abitudine attraverso la formazione di una via neurale la quale è collegata all’inconscio: a farla funzionare automaticamente e velocemente non è la corteccia, ma il cervelletto. E se la coscienza si intromette troppo, se vuole strafare, ossia se non smettiamo mai di pensare, se ci riposiamo poco o niente, se non lasciamo fare anche e soprattutto all’inconscio, cioè alla nostra parte automatica, diventiamo ossessivi e prigionieri della nostra stessa mente: e allora arriva la depressione e anche qualcosa di peggio. Per equilibrare l’organismo occorre staccare la spina regolarmente mettendo la testa a riposo e facendo lavorare il resto del corpo, soprattutto le gambe e le braccia.

Ma quand’è che la mente diventa ossessiva e andiamo sotto stress? Quando vogliamo per forza risolvere un problema al di sopra delle nostre possibilità. Ogni cosa nuova, specialmente se ci capita all’improvviso, ci mette sotto stress.  (Vedi in proposito l’articolo “E ora realizza i tuoi sogni"). Quando non possiamo procedere con il nostro passo normale andiamo sotto pressione, come quando in macchina siamo costretti a volte a correre più di quanto ci consente il nostro grado di sicurezza; oppure quando ad un corso di lezioni il docente spiega troppo velocemente e non riusciamo a seguirlo. È vera anche la situazione opposta in cui siamo noi che non possiamo correre come vorremmo. Come ci sono le impronte digitali diverse da persona a persona, così ciascuno di noi ha il suo passo o grado di sicurezza, e siccome il passo degli altri è diverso dal nostro, è inevitabile scontrarsi o andare sotto stress. Quando c’è qualcosa che ci fa star male, e non possiamo risolvere il problema da soli, abbiamo diverse scelte: possiamo allontanarci fisicamente dal male come per esempio fanno gli emigranti, i rifugiati per motivi politici e gli impiegati che non si trovano bene nel loro posto di lavoro; possiamo allontanarci anche soltanto mentalmente in modo da rimpicciolire il disagio,  minimizzarlo e migliorare il nostro stato emotivo; possiamo chiedere aiuto ad un parente o ad un amico; possiamo rivolgerci ad uno specialista; e possiamo anche scegliere di combattere. La soluzione più dolorosa è proprio quest’ultima, perché lo scontro è sempre impari (altrimenti non sarebbe un problema) come quando un impiegato è vessato dal proprio capoufficio.

In ogni caso, stress significa agitazione! Siamo stressati perché siamo sempre agitati. L’agitazione provoca il surriscaldamento della corteccia cerebrale che è la parte più sensibile del nostro organismo. Per eliminare l’agitazione e raggiungere la calma dobbiamo raffreddare la testa, metterla letteralmente sotto un getto di acqua fredda…. Un modo certamente meno drastico è il rilassamento, quindi ancora una volta si tratta di far riposare la mente agitata per raffreddarla. In fondo le cose che ho scritto in “Sono gli elettroni a farci innamorare” sono valide in tutti i casi. Sono sempre gli elettroni che vanno in subbuglio (agitazione/stress) quando non possono procedere in linea retta, per esempio lungo il filo di corrente, o lungo l’assone del neurone, perché trovano un impedimento, una resistenza; ma è proprio in questi casi che essi diventano utili. Come quando gli elettroni sono costretti a passare da un composto all’altro nelle reazioni chimiche o a scontrarsi tra loro nelle resistenze elettriche, e anche quando formano nuove sinapsi, e naturalmente quando ci innamoriamo. L’attrito dovuto allo scontro tra gli atomi produce calore che, come già detto, è stressante per la corteccia cerebrale che probabilmente si formò proprio durante il periodo delle ere glaciali. È proprio quando dobbiamo risolvere un problema molto difficile che si aguzza l’ingegno, perché l’associazione/concatenazione di un’idea all’altra, di un neurone all’altro, è opera degli elettroni, l’energia vitale che si manifesta anche attraverso i pensieri. Il pensiero è un flusso di elettroni, ossia corrente elettrica biologica. Che cos’è la collera? Una scarica di elettroni!

Siamo noi che creiamo la nostra realtà con i nostri pensieri. I pensieri sono la forza più potente che abbiamo: per pensare bruciamo più calorie di quante ne consumiamo con il lavoro manuale!  I pensieri, quando ne ignoriamo l’importanza, possono far più male di qualunque avversario e possono attirarci addosso inconsapevolmente fallimenti e malattie. Capita spesso che il sabotatore è proprio dentro di noi nascosto nell’inconscio. Per esempio, noi dentro il cervelletto abbiamo la via neurale della ricchezza, ma anche quella della povertà: è ovvio che la prima non può funzionare fino a quando è attiva anche la seconda! Se abbiamo convinzioni che si elidono a vicenda, la via neurale che dovrebbe farci realizzare il nostro desiderio non entrerà mai in funzione. Ma è anche il caso di convincerci una buona volta che la contraddittorietà è la cosa più normale che ci possa capitare nella vita, perché è la natura stessa che ci ha fatto ambivalenti dotandoci di tutte le coppie di valori opposti. Del resto, il buon giorno si vede dal mattino quando il gigante che ci sfama, ci cambia i pannolini sporchi, ci coccola e ci canta la ninna nanna, è lo stesso che ci incute paura alzando la voce, minacciandoci e menando le mani: insomma l’ambivalenza è una necessità della vita e lo è da sempre e per sempre.

Dentro di noi abbiamo, dunque, sia il polo della ricchezza che quello della povertà che si elidono a vicenda, a meno che non riusciamo a potenziare la polarità che ci interessa. La via neurale della paura della ricchezza, quindi la predilezione indiretta e inconsapevole per la povertà si forma lentamente quando pensiamo ai ladri e ai delinquenti, ai tanti pericoli che la ricchezza comporta, alle tasse, alle brutte dicerie sui ricchi, e anche perché la cultura cristiana esalta la povertà e ci inculca quest’idea fin da quando siamo piccoli. In queste condizioni non può succedere niente di speciale perché siamo noi stessi che abbiamo paura dell’abbondanza, siamo noi stessi che inconsciamente riteniamo che il denaro sia più un male che un bene, anche se constatiamo ogni giorno sulla nostra pelle che senza soldi non si può vivere! Quindi, vedendoci poveri, il nostro cervelletto, ossia l’inconscio, continua a tenerci nella povertà.  Insomma, l’inconscio attrae il denaro o lo allontana a seconda del software che gli abbiamo fornito e che rafforziamo continuamente attraverso i nostri pensieri. È evidente che per diventare milionari occorre acquisire la mentalità dei milionari e agire di conseguenza, in modo da indurre l’inconscio a darsi da fare per farci diventare ricchi.

Ma cos’è l’inconscio? È il cervelletto, l’emisfero destro del cervello, o un dio che pretende il sacrificio di un agnello per esaudire i nostri desideri? Forse gli antichi la sapevano lunga a questo proposito perché erano molto più sensitivi dell’uomo moderno! L’inconscio è un autentico onnipossente dio dentro di noi e può fare tutto, ma veramente tutto. Dobbiamo visualizzare materialmente la ricchezza in tutti i minimi particolari immaginando cosa faremmo se avessimo molti soldi, in modo da portare tantissime immagini legate ai soldi nella fucina di Plutone, il dio degli inferi. Ma ecco la formula del denaro che mi sento di suggerire ai miei lettori e che è efficace per tutti i settori della vita: occorre dare-dare-dare fino a quando il dare non si trasforma in avere, ossia bisogna arricchire (in senso lato) gli altri per far si che gli altri arricchiscano noi. Quando la ricchezza non arriva, vuol dire che abbiamo dato poco agli altri, non abbiamo contribuito abbastanza a migliorare la vita della gente. Il nostro attuale livello economico, secondo me, è lo specchio di quanto abbiamo dato fino ad oggi: può darsi che fino al momento attuale abbiamo soltanto preso, e perciò ci ritroviamo le… briciole!

Non crediate che quella proposta sia una idea ridicola. Essa al contrario ha il suo fondamento scientifico nel fatto inoppugnabile che tutti i processi vitali e non vitali hanno un andamento sinusoidale. Pensiamo, per esempio, al movimento giornaliero (apparente) del sole che fa capolino all’alba ad oriente (est), squarciando il buio della notte, per poi alzarsi durante la mattinata sempre più rispetto alla linea dell’orizzonte seguendo una curva circolare fino ad arrivare al suo punto più alto alle ore 12,00 locali, che è il momento esatto in cui il sole passa sul punto superiore del meridiano del luogo. Dopo di che la sua traiettoria circolare comincia a scendere per tutto il pomeriggio fino a toccare al tramonto l’orizzonte opposto, quello occidentale (ovest) e così comincia la notte. Il sole continua a scendere per tutta la serata tracciando (sempre apparentemente) una curva circolare, uguale ed opposta a quella superiore, finché alle 24,00 locali raggiunge il suo punto più basso passando sul punto inferiore del meridiano del luogo; poi comincia a risalire per tutta la notte fino a raggiungere il punto orientale del luogo all’alba del nuovo giorno. Il percorso giornaliero (ma anche quello annuale) apparente del sole si può rappresentare sia con una curva sinusoidale, che con un cerchio (perché la sinusoide è una funzione circolare). Tale grafico ci ricorda in sostanza che il giorno va soltanto dall’alba al tramonto, poi comincia la notte. Si tratta di una cosa ovvia, ma le cose ovvie sono estremamente significative: questo tracciato è perenne ed universale, ossia è uguale per tutti i processi che hanno un inizio e una fine. È uguale, identico e preciso per tutte le coppie di valori opposti! Dunque il dare, come il giorno, ha un inizio e una fine, e quando finisce il dare comincia automaticamente l’avere, la notte. Insomma non corriamo il rischio di donare ingenuamente per tutta la vita, perché ad un certo punto le nostre donazioni diventano produttive, si trasformano in avere, in risparmio e capitali. Ma anche l’avere giunge alla fine, se non si continua a dare. Ed è per tali motivi che i miliardari avveduti (e furbi!) fanno elargizioni da capogiro, perché se non fossero così generosi non potrebbero continuare ad accumulare sempre più. Per esempio, quasi tutti scopiazziamo i programmi della Microsoft, eppure Bill Gates, il grande filantropo, diventa sempre più ricco semplicemente placando la fame insaziabile di Plutone!

Plutone è un dio terribile, come il Dio del Vecchio Testamento; è un dio zoppo e ha una moglie incantevole, Venere, che è assetata letteralmente di tutte le cose più belle e più costose. Venere per ottenere queste cose scatena spesso la gelosia di Plutone, e Plutone è un dio gelosissimo e anche crudele, e quando si scatena la sua collera, è capace di farti fare la fine di… Giobbe. L’unico modo per placarlo è sempre lo stesso: abbuffarlo letteralmente di doni proporzionali ai tuoi guadagni. Soltanto grazie a queste laute provvigioni Plutone può fare pace con la sua bellissima donna e così da Diavolo si trasforma in Santo e ti fa resuscitare in un baleno. Plutone è Diavolo e Santo allo stesso tempo, comanda la vita e la morte; Plutone è sia dio che uomo; Plutone simbolizza l’umanità con tutti i suoi pregi e i suoi difetti; Plutone simbolizza l’inconscio; Plutone si nasconde dietro la nuca, nel cervelletto! 

Dentro di noi esistono tutte le coppie di valori opposti: se un polo si indebolisce, quello opposto si rafforza, e viceversa, proprio come fanno il giorno e la notte. Dunque per attirare l’abbondanza bisogna accettare la paura della ricchezza e affrontare i presunti pericoli che ci spaventano perché soltanto così essi svaniscono. Bisogna accettare la paura inconscia che si nasconde dietro l’amore impossibile perché soltanto così possiamo trovare la strategia giusta per conquistarlo. Per diventare famosi bisogna accettare la paura della fama, ossia i sacrifici, i rischi e la responsabilità che essa comporta, rinunciando alla predilezione inconscia per la tranquillità dell’anonimato e al piacere della propria comfort zone. Bisogna accettare la paura inconscia del potere se si vuole diventare importanti e potenti. Insomma, per avere successo nella vita si deve ridurre al minimo la forza disgregativa o distruttiva rappresentata dalla polarità limitante o negativa e si deve rafforzare il potere costruttivo o aggregante della polarità potenziante o positiva. In termini di dare e avere, è proprio il dare che è positivo e costruttivo perché dando si fa del bene all’umanità, e perciò bisogna dare il massimo possibile, non soltanto in senso economico e materiale, ma anche in senso civico e morale, senza preoccuparsi dell’avere. L’avere arriverà soltanto se abbiamo fiducia nelle leggi del creato.

Ed allora, qual è il nostro errore? Vogliamo prima avere, e poi se ci resta qualche spicciolo, forse siamo disposti a darlo. E siccome con questo atteggiamento mentale non ci resta niente, continuiamo a non dar niente e a non ricevere niente! Noi abbiamo troppi dubbi su come comportarci perché privarci di qualcosa quando non ce n’è a sufficienza neanche per noi, può sembrare una assurdità, perciò non doniamo nulla e così i nostri averi non aumentiamo mai. Purtroppo l’abbondanza noi non la riconosciamo neanche quando c’è, anzi abbiamo la sensazione che ci manca sempre qualcosa! Vedi per esempio alcuni miliardari tirchi e infelici che ci ricordano l’avaro di Molière! Così non ci rendiamo conto, per esempio, che i continui sbarchi a Lampedusa di gente disperata sono la dimostrazione della nostra ricchezza. Non a caso la nazione più ricca al mondo è proprio quella più multietnica! E i governi sembrano non capire che per promuovere lo sviluppo economico devono costruire continuamente nuove opere pubbliche e ammodernare quelle vecchie, perché solo in questo modo rifioriscono le attività produttive creando un indotto senza fine. Dopo le guerre, la fame e le distruzioni arriva la ricostruzione ed il benessere perché il lavoro produce ricchezza. Le nazioni attualmente più ricche sono proprio quelle che erano state più danneggiate durante l’ultima guerra mondiale! La ricchezza di una nazione si potrebbe misurare dalla quantità e qualità delle sue opere pubbliche, dal numero e dalla efficienza delle sue infrastrutture!

L’Italia è tra le otto nazioni più ricche al mondo perché è ricca di strade, autostrade, ferrovie, aeroporti, porti, metropolitane e tante altre opere pubbliche. Sono le infrastrutture che consentono gli scambi e la distribuzione rapida delle merci. Dove non si costruiscono infrastrutture e non ci sono iniziative pubbliche regna la stagnazione o la recessione, il famoso PIL non cresce per niente, ma cresce soltanto la miseria! Soltanto il lavoro produce ricchezza. Ecco perché gli industriali e gli imprenditori sono sempre ricchi, perché fanno la cosa più encomiabile che ci sia: danno lavoro. E quando non hanno fortuna è soltanto perché fregano i propri stessi lavoratori obbligandoli a firmare una ricevuta per una somma più grande, oppure li fregano al contrario allo scopo di pagare meno contributi. Però il maltolto non resta a loro, finisce spesso nelle mani della camorra, della drangheta e della mafia che rappresentano il lato oscuro o mortale di Plutone, oppure in altri modi anche peggiori!

La conoscenza dell’esistenza in natura delle coppie di valori opposti ci spiana stupendamente la strada. Noi non possiamo eliminare il valore della coppia che non ci piace, ma possiamo sicuramente far pendere la bilancia dal lato favorevole o positivo. Per esempio nella coppia antagonista colture/erbacce, è evidente che se vogliamo far prosperare le piante coltivate dobbiamo eliminare le erbacce. Le erbacce rispunteranno sempre e noi dobbiamo stare sempre lì a estirparle se non vogliamo compromettere i raccolti. Nell’articolo È la paura che ci fotte, ho scritto che: "Le paure sono all’origine di ogni malessere. Più viviamo di paure e più siamo dei falliti. Come scrive Giorgio Nardone in Oltre i limiti della paura, il fantasma ci insegue e ci spaventa a morte se scappiamo; se invece lo affrontiamo, svanisce. Più osiamo e più riusciamo vincenti. Il segreto del successo, di ogni genere di successo sta nel saper trasformare la paura in coraggio; insomma bisogna, detto in una parola sola, osare”! Nella coppia di opposti paura/coraggio, il coraggio deve sempre prevalere sulla paura, altrimenti non può avvenire alcun cambiamento nella nostra vita.

Ricordate la leggenda del cavallo di Troia? Credete che davvero Ulisse e i suoi compagni si nascosero nel ventre del cavallo di legno? Pensate che davvero i Troiani trasportarono quel mastodontico simulacro all’interno delle mura senza farlo cadere neanche una volta? E quanto tempo dovettero aspettare gli eroi nascosti nel ventre del cavallo prima di uscire? Come la mettiamo con i loro bisogni fisiologici?  

Dopo una guerra lunga, estenuante ed inutile, i guerrieri greci erano esausti e delusi. Si rendevano conto che non era facile mettere le mani sui tesori di Troia, ed era duro rinunciare alla ricchezza così a lungo bramata. Ma bisognava accettare la triste realtà, bisognava partire e ritornare in patria, sia pure a mani vuote. Bisognava smettere di lottare. Bisognava smettere di accanirsi inutilmente contro il nemico. Bisognava prendere atto della situazione e accettarla: Troia era inespugnabile perché i suoi difensori erano ancora forti. In realtà, i troiani erano allo stremo delle forze e bastava un ultimo sforzo per annientare la loro resistenza. Ma i greci non lo sapevano. A questi ultimi non restava che rinunciare alla guerra, abbandonare le ostilità e lasciare un grosso cavallo in onore di Posidone, dio del mare, per propiziare il viaggio di ritorno. I guerrieri greci, sfiduciati e stanchi, si nascosero in un’insenatura non lontana da Troia, decisi più a ritornare in patria che a riprendere le ostilità. E intanto passavano i giorni, le ferite guarirono, l’umore migliorò e ritornarono le forze; mentre i troiani, eccitati dall’inattesa partenza del nemico, si diedero alla pazza gioia, si ubriacarono e gozzovigliarono. Rifocillati nel fisico, i greci si ritrovarono anche caricati nel morale e compresero che era giunto finalmente il momento favorevole per sferrare l’ultimo assalto, e così sconfissero i troiani anestetizzati dall’inganno della falsa partenza dei greci e indeboliti dalle sbornie.

La leggenda del cavallo di Troia è una metafora significativa: quando ci rendiamo conto che un “oggetto” – un grande sogno, un amore, un obiettivo qualunque - è irraggiungibile, è il momento di rinunciare, è l’ora di partire, di allontanarsi da esso. Il distacco dal desiderio ha qualcosa di magico, ha effetti favolosi. Spesso il distacco fa accadere i miracoli, ma come vedremo tra breve non si tratta di miracoli, ma di prodigi dovuti a strategie efficaci. Ciò a cui siamo molto attaccati ci sfugge di mano, scivola via, non riusciamo a trattenerlo, a farlo nostro. La corteccia cerebrale, la mente conscia, ad un certo punto ci rende ossessivi e inconcludenti. Un’idea giudicata troppo, analizzata e soppesata non si realizza mai.  Quando non riesci a trovare la soluzione di un problema ti devi alzare e farti una passeggiata. La mente non può ottenere nulla senza ricorrere alla potenza infinita dell’inconscio, il grande incubatoio cosmico.

Due poli opposti come il conscio e l’inconscio s’incontrano, simpatizzano e sinergizzano soltanto quando ciascuno di essi è al minimo, non quando sono al massimo, come abbiamo visto parlando della natura sinusoidale del giorno. Il massimo della luminosità del giorno è il mezzogiorno, il massimo della notte è la mezzanotte: come sono distanti tra di loro! Soltanto all’alba e al tramonto non c’è né distacco né attaccamento, né conscio né inconscio, ma un poco dell’uno e dell’altro, un po’ del giorno e un po’ della notte. Ecco perché una coppia di innamorati continua a tubare fino a quando entrambi sono pazzi l’uno dell’altro: ma non appena aumenta l’attaccamento in uno dei due, questi diventa scontato e non appare più interessante, degno di amicizia, di rispetto e di amore, non suscita più alcuna passione, per cui cresce inevitabilmente il distacco nell’altro partner e prima o poi finiscono per litigare e lasciarsi!

L’attaccamento provoca aspettative che verranno quasi sempre disattese dalle persone alle quali siamo legati, facendoci passare dall’oggi al domani dall’esultanza all’angoscia. In generale, quando ci aspettiamo troppo perché siamo molto attaccati, si finisce per soffrire terribilmente a causa di cocenti delusioni, mentre se si vive distaccati non ci aspettiamo granché, viviamo alla giornata, ed ecco che come per incanto ci capitano le migliori soddisfazioni. Le aspettative esagerate portano soltanto a grandi delusioni e rifiuti se non sono supportate da efficaci strategie e da azioni adeguate. Ribadisco che la migliore strategia per realizzare i desideri che non riusciamo a materializzare è la rinuncia. La rinuncia o distacco o allontanamento volontario comporta il riposo per la corteccia cerebrale stressata dagli insuccessi; e tuttavia la via neurale del desiderio continua a incubare nell’inconscio, proprio come i semi si preparano a diventare piantine nascosti sotto terra.

Infatti, sarebbe superfluo prendere lezioni di guida quando già sappiamo guidare, e peggio ancora sarebbe stare a pensare quale piede usare per accelerare o per frenare: l’inconscio direbbe alla mente, vaffanculo! Per far accadere le cose buone dobbiamo allontanarci da quelle cattive. Noi abbracciamo, quindi avviciniamo a noi soltanto le persone a cui vogliamo bene, tutte le altre cerchiamo di tenerle lontane! Quindi se un desiderio tarda a realizzarsi e ci fa soffrire, dobbiamo allontanarci da esso, perché quando siamo lontani non ci fa più soffrire, il che ci consente di ragionare con sufficiente freddezza e discernimento, e così passiamo dalla parte vincente. Tutto ciò non vi sembra qualcosa di déjà vu? Infatti è la stessa applicazione del principio che in amore vince chi fugge! Fuggendo noi ci distacchiamo e il partner si attacca. Allontanandoci dal sogno impossibile noi lo attiriamo, lo avviciniamo, lo rendiamo possibile, proprio come succede tra il dare e l’avere, e come ci suggerisce l’avvicendarsi del giorno e della notte. Insomma tutte le strade portano a Roma, tutte le leggi portano a un’unica grande legge.

Ed ecco infatti l’uovo di Colombo: la forza della natura che governa le due polarità opposte e complementari e fa in modo che in una coppia un polo non prevalga a lungo sull’altro, è la legge dell’equilibrio o legge dell’alternanza! La legge dell’alternanza è onnicomprensiva per tutto il cosmo e presuppone l’esistenza della dualità o ambivalenza. L’alternanza è pulsazione, è vibrazione, è il ritmo stesso della vita. L’alternanza comporta un intervallo tra le due fasi antagoniste e complementari: pensiamo alla sistole e alla diastole, all’inspirazione e all’espirazione, al sistema nervoso simpatico e parasimpatico. Anche il caldo e il freddo, come il giorno e la notte, si devono equilibrare, e perciò esiste l’estate e l’inverno con l’intermezzo di due stagioni a caratteristiche intermedie, la primavera e l’autunno. La stessa identica cosa accade per l’amore e l’odio, come pure per la gioia e la tristezza.

Volete una chicca sull’equilibrio? Gli italiani usano poco il treno e perciò le FS sono senza soldi. Risultato: la manutenzione delle ferrovie a volte non garantisce la sicurezza dei viaggiatori. Cosa fare in questi casi? Non certo aumentare il prezzo dei biglietti, altrimenti si riduce ancora di più il numero di coloro che trovano conveniente prendere il treno! Gli italiani preferiscono viaggiare con il mezzo proprio, l’automobile. Risultato: la manutenzione stradale costa troppo e l’ANAS è senza soldi mentre le strade e le autostrade diventano sempre più intasate, e tutto ciò fa aumentare gli incidenti stradali e l’inquinamento dell’aria. . Per equilibrare i bilanci dell’ANAS e delle FS e diminuire i danni causati dal disequilibrio è necessario trasferire un congruo numero di viaggiatori dalle autostrade alle ferrovie aumentando sensibilmente il costo del pedaggio autostradale e diminuendo i ticket dei treni. È evidente che l’aumento contemporaneo dei biglietti del treno e dei pedaggi sulle autostrade aggraveranno ulteriormente i bilanci di questi Enti nazionali.

Le giovani coppie si possono paragonare a tante pietre tozze con spigoli taglienti, destinate a trasformarsi in ciottoli perfettamente tondi e levigati. Però ne deve passare di acqua sotto il ponte prima che ciò avvenga! La flessibilità e la tolleranza verso se stessi e verso gli altri sono condizioni basilari per il successo familiare, sociale e professionale, nella consapevolezza che ogni opinione è rispettabile e che ogni scelta o decisione ha sempre i lati positivi e quelli negativi. In una famiglia, in genere, quando migliora un componente migliorano per imitazione anche tutti gli altri, perché questa abilità, sia nel bene che nel male, è automatica e inconscia. Quando un figlio non ingrana è perché anche il padre non ha messo la giusta marcia, e il motivo è sempre lo stesso: un’immagine di sé negativa, una bassa autostima trasmessa dal nonno al padre e dal padre al figlio. La sensazione di scarsa importanza e la mancanza di sicurezza sono le peggiori afflizioni per un essere umano: una donna bella si sente bruttissima e un uomo colto e intelligente si sente una nullità. La guarigione e il salto di qualità arrivano quando i figli si sentono ammirati da entrambi i genitori, e i genitori stanno bene quando si sentono a loro volta ammirati dai figli. Una moglie sta bene quando si sente ammirata dal marito e viceversa. Una donna si innamora e ricambia soltanto quando si sente ammirata. L’ammirazione è mille volte più potente dell’amore! Quando manca l’ammirazione in famiglia vengono meno persino le difese immunitarie!

Quando lottiamo contro il cattivo tempo, o contro le emozioni che non ci piacciono (paura, rabbia, rancore, delusioni, sensi di colpa, ecc.) lottiamo contro noi stessi; quando non accettiamo, rifiutiamo, resistiamo o non ci lasciamo andare, combattiamo contro l’alternanza e danneggiamo proprio noi stessi. È la lotta inutile e sbagliata contro l’alternanza la principale causa del dolore. Il segreto del successo nella vita di tutti i giorni sta sempre e soltanto nell’accettazione consapevole degli eventi, ma dandoci da fare perché certe situazioni spiacevoli non si ripetano, acquisendo una maggiore consapevolezza e imparando le strategie che ci consentono di controllare al meglio le nostre emozioni. Ciò perché il comportamento è strettamente collegato agli stati emotivi (sicurezza, insicurezza, gioia, rabbia, ecc.). Pensiamo per esempio a due squadre di calcio, una con il morale alle stelle e l’altra con il morale a terra: la prima stravince, la seconda perde.

Nella realtà quotidiana noi oscilliamo con il nostro umore dall’alba al tramonto e dal tramonto all’alba: in mezzo c’è il mezzogiorno del distacco e la mezzanotte dell’attaccamento. Fuori metafora, il tran tran quotidiano è interrotto ogni tanto da litigate furiose e da momenti indimenticabili. Ma quando capiamo che anche le litigate sono necessarie e indimenticabili? Forse con un nuovo partner non succederebbe la stessa cosa? Noi passiamo dall’amore all’odio in ogni momento della giornata senza rendercene conto, tanto vi siamo abituati! L’odio è una cosa normale come l’amore. L’odio non è altro che mancanza di amore, proprio come il buio è mancanza di luce. Quando ci rendiamo conto che odiamo ogni giorno? Quando capiamo che è normale odiare anche le persone più care? Noi quando alziamo troppo la voce diventiamo semplicemente… odiosi! Ciò che ci deve preoccupare non è l’odio ma il desiderio di vendetta e il fondamentalismo religioso!

Insomma, vuoi o non vuoi, dopo il bel tempo arriva il cattivo tempo, proprio come nei campi coltivati spuntano erbacce da tutte le parti. In campo umano, assieme alle cose belle arrivano anche le cose brutte: discussioni animate, incomprensioni, delusioni, critiche, invidie, gelosie, tradimenti, rifiuti, incidenti, spese impreviste, furti, malattie, lutti e altre cose storte.  Come facciamo a restare sereni in questi casi? Passato il primo momento di sgomento e di rabbia, è il caso di non farne un dramma perché spesse volte si tratta di cose inevitabili e/o incontrollabili. E se è vero che non possiamo cambiare la realtà, possiamo senz’altro cambiare la percezione degli eventi, in modo da evitare di deprimerci controllando, come già detto, gli stati emotivi, senza dimenticare nel momento dello sconforto una cosa importantissima: i mali favoriscono la nostra crescita e vengono per il nostro bene o quanto meno per il bene dei nostri familiari, anche se spesso non lo capiamo e alcuni di essi restano inaccettabili.

 

Epilogo

Siccome noi siamo Yang e Yin, maschili e femminili e abbiamo tutte le coppie di valori opposti dentro di noi, nel nostro inconscio si sono formate inconsapevolmente sia vie neurali (abitudini/ convinzioni) potenzianti, sia via neurali limitanti. Dunque c’è sempre un sabotatore dentro di noi pronto a entrare in azione non appena abbassiamo la guardia. Per evitare che il sabotatore entri in funzione a nostra insaputa, le abitudini positive dovrebbero essere rafforzate continuamente fino ad annullare “quasi” l’alternanza. Il quasi è d’obbligo. Il punto cruciale è proprio questo: fino a quando riusciremo a farla franca? Fino a quando riusciremo a far pendere la bilancia sempre dal lato più piacevole per noi? Sono stati scritti molti libri su questo aspetto fondamentale della vita. Sto consultando in questo momento un testo molto interessante: Cambia la vita in sette giorni di Paul McKenna. Secondo questo autore: «Con ogni nuova abitudine che assumete, c’è un cruciale “punto di non ritorno”, quel punto in cui, ad esempio, diventa più facile fare moto anziché non farlo; mangiare cibi sani anziché grassi; avere una mentalità da ricchi anziché da poveri». Questo concetto “apparentemente” non fa una grinza, e per lungo tempo noi potremo essere al massimo della nostra sicurezza e rendere al massimo delle nostre capacità conseguendo le più grandi soddisfazioni: ma arriverà comunque prima o poi il momento della resa! È questa la legge dell’alternanza! Secondo me, contrariamente all’affermazione di McKenna, proprio quando le abitudini sono spinte al massimo e si è raggiunto il punto di non ritorno, scatta il rovescio della situazione.

Pensiamo a Napoleone e a Hitler: entrambi avevano un esercito invincibile, entrambi erano sicuri di stravincere, e così si cacciarono nell’inferno russo: il loro punto di non ritorno, l’inizio della fine. E quando si tocca il punto di non ritorno scatta inesorabile la legge dell’alternanza e arriva la tragedia che è causata dall’inflazione della sicurezza e dall’azzeramento della prudenza. L’errore di Napoleone e di Hitler fu quello di non essersi “allontanati” in tempo dalla Russia. Dunque, neanche le abitudini possono essere spinte al massimo, o per meglio dire, guai a sentirci onnipotenti e immortali, guai a ritenere la propria vittoria scontata basandoci sui tanti successi precedenti.

Ma perché distaccandoci dal sogno esso si realizza? Il sogno di Napoleone e di Hitler era quello di conquistare la Russia. Per raggiungere Mosca, la capitale di quello sterminato territorio, si spinsero troppo lontano con i loro eserciti e, come sappiamo, le cose si misero male militarmente. Quindi, quando dico che bisogna distaccarsi allontanandoci dall’oggetto del proprio desiderio per poterlo realizzare, affermo in sostanza che bisogna tornare indietro quando esso si rivela irraggiungibile. Allontanarsi dal sogno impossibile significa tornare indietro per recuperare la sicurezza e le energie: significa invertire la rotta degli eventi fino a quando si è ancora in tempo. La casa e la patria rappresentano la nostra sicurezza. Si sa che la sicurezza è la leva più potente per riuscire nella vita: essa è il fulcro dell’autostima. Non si può fare nulla se manca la sicurezza, la vera spina dorsale. La sicurezza ci mette le ali ai piedi e ci dà il lampo di genio. Se Napoleone e Hitler fossero tornati in patria alle prime avvisaglie negative, avrebbero rispettato la legge dell’alternanza volontariamente e non si sarebbe verificata la disfatta dei loro eserciti. Con l’esercito francese ancora intatto sarebbe cambiato il corso della storia perché lo Zar, non avendo vinto alcuna guerra contro Napoleone, si sarebbe indebolito politicamente ed economicamente. Analogamente, se Hitler si fosse ritirato in tempo dalla Russia, la sua armata sarebbe rimasta intatta e Stalin non avrebbe vinto la guerra. Dunque, rinunciando e distaccandosi dal sogno irraggiungibile, allontanandosi da esso, ritornando in patria in tempo utile, sia Napoleone che Hitler avrebbero evitato la disfatta conservando la potenza militare e il potere politico e avrebbero realizzato indirettamente il proprio sogno. Ma perché non ritirarono subito  i loro eserciti? Perché erano esauriti: pensavano 24 ore al giorno, non dormivano più e quindi venne meno il lampo di genio, l’ispirazione che li aveva salvati in altre circostanze! La stessa cosa succede tutti i giorni alle persone che si accaniscono nel voler raggiungere un dato obiettivo senza affidarsi alla vera forza infallibile: il proprio inconscio che lavora al meglio proprio quando dormiamo, ossia quando non è disturbato dalla coscienza.

Il distacco è la cosa più difficile da imparare perché in realtà noi siamo troppo attaccati alle nostre cose. Siamo troppo attaccati al desiderio di essere amati e dimentichiamo che dobbiamo amare noi per primi; siamo troppo attaccati all’avere e dimentichiamo che dobbiamo soprattutto dare noi per primi; siamo troppo attaccati alla vendetta e dimentichiamo che dobbiamo innanzitutto perdonare noi per primi; siamo troppo attaccati alla vita e dimentichiamo che la morte ci attende a braccia aperte. Noi siamo troppo attaccati alla corteccia cerebrale che ci consente di pensare, di analizzare le situazioni, di impastare la farina come fa il fornaio, ma spesso dimentichiamo che il pane deve cuocere nel forno: le nostre idee vanno sempre affidate all’inconscio! Distacco e attaccamento, amore e odio, egoismo e altruismo, dare e avere, sono tutte coppie di opposti e dunque è più che evidente: dentro di noi abbiamo per ogni coppia tutte e due le vie neurali, l’una a fianco all’altra come i due fili della corrente elettrica “alternata”. È questo il significato dei due cervelli: tra i due emisferi cerebrali ci deve essere l’equilibrio! Tra corteccia e cervelletto ci deve essere l’equilibrio: la vera virtù sta nel corpo calloso, la riuscita sta nel cervello medio! In media stat virtus! Tutte cose risapute. Quando ci incazziamo noi sperimentiamo il distacco; quando siamo delusi o risentiti noi sperimentiamo il distacco; e quando diamo e ci priviamo di qualcosa di nostro, noi esperimentiamo il distacco dall’avere.

Se non vogliamo fare la fine di Napoleone e di Hitler, sia pure nel nostro piccolo, ci dobbiamo distaccare dal possesso materiale, dall’avidità smisurata, dal desiderio di potere illimitato, dall’avere a tutti i costi; dobbiamo diffidare dei nostri pensieri, dobbiamo tenere a bada la corteccia cerebrale: il gioiello dell’Homo sapiens è superbo e insaziabile e quando colleziona vittorie su vittorie, finisce per credersi invincibile! La dobbiamo smettere di pensare soltanto ai nostri diritti, sappiamo bene che ci sono anche i doveri (anche se Pierino risponderebbe che i doveri sono per gli altri). Anche il distacco è una questione di abitudine e quindi, come sempre, possiamo assimilarlo a poco a poco. Ma ora che sappiamo cos’è il distacco, ora che è quasi tutto chiaro nella nostra mente e sappiamo come stanno le cose, non passiamo, per carità, all’eccesso opposto: guai a distaccarci più del necessario!

Quando due fidanzati sono entrambi attaccati, vuol dire che sono innamorati, e lo sono perché l’uno non è ancora abbastanza sicuro o sazio dell’altro; significa che nella relazione manca per entrambi il pieno controllo. È la soluzione ideale, quella che ci fa desiderare così tanto l’amore che però, tranne casi rari, non dura a lungo. Quanto prima accade che un partner si attacca un poco di più e contemporaneamente l’altro comincia a distaccarsi della stessa misura: cessa così l’equilibrio. Il paradosso dell’amore sta nel fatto che più l’uomo si attacca, più la donna si distacca e si sente attratta da altri uomini; più la donna si attacca e più l’uomo si raffredda e si sente attratto da altre donne. L’attaccamento unilaterale ingigantisce soltanto i difetti agli occhi del partner distaccato anziché farci meritare più attenzioni come ingenuamente si crede; l’attaccamento fa perdere il controllo e produce ansia e paura di perdere l’amato(a). È quest’ansia, questa paura, questi dubbi che ci accendono di passione quando l’attaccamento è reciproco, ma ci fa soffrire maledettamente quando non siamo ricambiati, ossia quando l’attaccamento è unilaterale. Insomma l’attaccamento unilaterale ci fa diventare vittime e perdenti. Quando entrambi gli innamorati sono distaccati, come accade in quasi tutte le  coppie attempate, l’equilibrio viene riacquisito perché nessuno dei due dà il partner per scontato: è anche il caso di coloro che dopo venti anni di fidanzamento non si decidono a sposarsi. Per combattere il paradosso dell’amore occorre che il partner perdente sia più distaccato, ossia aumenti le sue resistenze in modo da ripristinare la giusta distanza, mentre il partner vincente dovrebbe aiutare l’altro con una comunicazione più intima e una maggiore disponibilità.  

La vita, dunque, non si può improvvisare: essa è fatta di regole semplici che però non sempre conosciamo. Noi dobbiamo imparare i mestieri che ci interessano e potenziare le virtù perché in genere è molto difficile  improvvisare: soltanto la conoscenza ci consente di tenere la negatività sotto controllo. La vita è equilibrio tra valori opposti! Noi prendiamo la scossa elettrica quando il filo positivo e quello negativo si toccano inavvertitamente. Noi sperimentiamo nella nostra vita troppi cortocircuiti! Noi soffriamo perché siamo spinti da un opposto all’altro senza la nostra volontà. Appena ci innamoriamo (attacchiamo) un po’ di più a una persona o a un desiderio, anziché ricevere più amore, diventiamo perdenti. Dovremmo stare continuamente con una livella in mano per non soffrire!

Per non subire involontariamente i colpi della sorte occorre mettere al centro di ogni coppia di valori opposti una “callosa” resistenza, ossia qualcosa che ne assicuri l’equilibrio. Per ottenere l’equilibrio tra l’amore e l’odio o tra l’egoismo e l’altruismo occorre che ogni fattore incontri una piccola resistenza in modo che nessuno dei due valori raggiunga una tensione elevata; occorre evitare insomma una divaricazione pericolosa! Noi prendiamo spesso la scossa perché usiamo i termini positivo e negativo, dimenticando che non c’è niente di negativo e niente di positivo, perché tutto ha una logica e tutto è necessario. È grazie al dualismo degli opposti che si genera il movimento e la creazione.

Noi usiamo i termini più e meno dimenticando che servono soltanto ad addizionare e a sottrarre. Forse se usiamo il colore rosso per il segno più e quello blu per il segno meno, è meglio. E a proposito della resistenza equilibratrice non dimentichiamo il filo giallo-verde, quello neutro: la messa a terra che ci protegge dalla folgorazione, ossia da una differenza di tensione troppo grande. Intendo dire che il desiderio di vendetta non deve mai raggiungere valori estremi, incontrollabili; la vendetta non si deve mai distanziare troppo dal perdono altrimenti i kamikaze spuntano da tutte le parti. La funzione dei caschi blu dell’ONU è quella di interporsi pacificamente tra le fazioni in lotta, ma si dimentica spesso la cosa più importante: la messa a terra per favorire lo scarico della negatività (costituita da un accumulo abnorme di cariche elettriche negative) attraverso la radicazione dei caschi blu nel territorio: soltanto attraverso l’integrazione nel tessuto sociale degli elementi che formano la forza cuscinetto potrebbe avvenire una pacificazione vera e duratura tra le parti in lotta. E perché si è scelto il colore blu per i caschi e non quello giallo-verde?

 

Nota

Secondo la scuola di Ramtha (Come creare la propria realtà – Macroedizioni), l’inconscio ha sede nel cervelletto o cervello rettile e nel cervello medio, mentre la coscienza ha sede nella corteccia cerebrale. 

Il cervelletto risale all’era dei rettili, ossia è molto più antico della corteccia cerebrale. Il tessuto del cervelletto è assai diverso da quello della corteccia, la quale si è formata per ultima: “…un piccolo frammento di cervelletto possiede in sé più tessuto, più atomi che l’intera corteccia cerebrale”.   

La coscienza cerebrale è la sede della nostra consapevolezza cosciente, del libero arbitrio, della capacità di pensare, ragionare, razionalizzare, immaginare e creare.                                                                   

Il cervello medio o sistema limbico è situato tra la corteccia cerebrale e il cervelletto e rappresenta la sede dell’attività medianica perché è sensibile ai raggi infrarossi (gli stessi che consentono agli animali di comunicare tra loro e di vedere anche di notte, qualità che gli esseri umani, esclusi gli sciamani e i medium, hanno perduto da tempo). Il cervello medio è anche chiamato cervello emozionale o emotivo proprio perché è la sede delle emozioni. È formato dai seguenti organi: talamo, ipotalamo, ipofisi o ghiandola pituitaria, ghiandola pineale, ippocampo, amigdala e gangli basali o di base. Queste strutture del cervello medio regolano la temperatura corporea, i livelli di zucchero nel sangue, la pressione sanguigna, la digestione e i livelli ormonali, nonché altri processi importantissimi come nutrirsi e copulare. Del sistema limbico fanno parte anche il sistema nervoso simpatico (lotta o fuggi, eccitazione, nervosismo, fame, desiderio di sesso, ecc) e il sistema nervoso parasimpatico (che entra in azione a seguito dell’orgasmo, dopo i pasti e gli eventi piacevoli facendoci sentire sazi, soddisfatti e rilassati). Il simpatico mette il corpo in tensione, il parasimpatico al contrario, lo rilassa. 

La corteccia cerebrale si distingue in emisfero destro e sinistro, uniti dal corpo calloso. L’emisfero destro della corteccia è associativo, irrazionale, sintetico, avventuroso, induttivo, creativo, ricettivo, intuitivo e caldo (emozionale): esso comanda la parte sinistra del corpo. Invece l’emisfero sinistro è ripetitivo, razionale, analitico, cauto, deduttivo, meccanico, scettico, verbale, direttivo e freddo (insensibile): esso comanda la parte destra del corpo.  

Agli effetti pratici ciò che conta è la contrapposizione tra conscio ed inconscio, ma anche l’equilibrio tra i due emisferi cerebrali.  

La perfetta armonia tra conscio e inconscio, e tra emisfero destro e sinistro del cervello, dà luogo all’equilibrio che rappresenta la piena realizzazione della persona umana.

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"La felicità a portata di mano" è un testo di elevato spessore pedagogico in quanto accresce nel lettore il senso di responsabilità e la soglia di sopportazione del dolore e suggerisce le credenze giuste, fattori questi che sono gli autentici pilastri della felicità. (Dr Mario Bianchino – Segretario Generale della provincia di Avellino).

 

 

 

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